Alejandra Moffat è nata a Los Ángeles, in Cile, nel 1982. È scrittrice, sceneggiatrice e attrice. Il suo ultimo lavoro, Mambo, evoca una voce che s’immerge nell’infanzia e vaga tra silenzi che le vengono imposti. La storia è raccontata attraverso la voce di Ana. Lei, la sorella maggiore e i genitori devono nascondersi costantemente dagli agenti della sicurezza durante la dittatura di Pinochet. Nonostante la durezza del tema, il romanzo incorpora un elemento magico che convive con la realtà: i genitori di Ana e Julia creano per loro un’estensione del mondo dove le bimbe si sentono al sicuro. La bellezza di Mambo è nel fatto che Ana non sembra mai perdere la sua innocenza. Se da un lato il lettore si sente inorridito, dall’altro lei rimane una bambina che vive in un mondo chiuso, come nei racconti di fate. La prodezza narrativa dell’autrice sta nel costruire un personaggio che parla dall’infanzia: la prosa di Moffat è semplice e chiara, ma il suo intento ampio e complesso. All’interno di quello che si può definire “romanzo della dittatura”, Moffat sceglie una visione intima e quindi vicina, suggerendo che in fin dei conti il regime di Pinochet persiste nelle cicatrici che non si possono cancellare, quelle che, ancora oggi, restano aperte. Nella scrittura, il non dire può rivelarsi più efficace del dire. Alejandra Moffat ne è consapevole, così in Mambo mostra che la dittatura ha provocato fratture definitive e irreparabili. Celinda Tapia Solar, Revista Santiago
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Questo articolo è uscito sul numero 1636 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati