Il mio arruolamento nel mondo dei complotti avvenne nell’autunno del primo anno di liceo, quando l’insegnante di giornalismo dedicò una lezione agli Illuminati. Un gruppo di élite globali controlla la politica e l’economia, ci disse. Si riuniscono in segreto e comunicano attraverso simboli. Tra loro ci sono presidenti degli Stati Uniti, grandi dirigenti d’azienda e personaggi famosi. Sono dappertutto.

Ce ne parlò sobriamente, come altri insegnanti ci avevano spiegato il Fondo monetario internazionale o certe leggi matematiche: elementi incrollabili dell’infrastruttura dell’universo che qualunque persona ragionevole prima o poi dovrebbe conoscere. Non ricordo se usò il termine “teoria” o se indicò in qualche modo che si trattava di un’idea controversa, anche se forse avrei dovuto essere messa sull’avviso dal fatto che come prova presentò alcune scene di un film all’epoca ancora recente, Matrix. In ogni modo, ne fui ammaliata.

Un complotto ha una logica conclusiva, un effetto rassicurante e una morale evidente. Postula un mondo dove nulla succede per caso e ogni persona ha libertà d’azione

Succedeva a Berkeley, in California, nel nervoso periodo tra l’11 settembre 2001 e l’inizio della guerra in Iraq. Il mondo era pieno di nemici invisibili e motivazioni nascoste. Le scritte sui muri chiedevano a chiunque le guardasse di pretendere la verità sull’11 settembre e mettere fine alle scie chimiche. Il consiglio comunale approvò una risoluzione che dichiarava l’aria sopra la città “zona libera dalle armi spaziali”. I dj delle radio e gli amici dei miei genitori parlavano genericamente, ma con l’aria di saperla lunga, degli interessi finanziari del vicepresidente Dick Cheney come una delle vere ragioni per cui stavamo entrando in guerra. Molto prima che la filter bubble (la bolla dei contenuti online personalizzati, che finisce per rafforzare le nostre convinzioni) avesse un nome e diventasse un problema, io ci vivevo già dentro: il governo mentiva; le élite stavano consolidando il loro potere; il gioco era truccato. Sapevo che le cose andavano male, e sapevo che andavano male in modo torbido e poco chiaro. L’idea che tutto ciò che era confuso, ingiusto o sospetto potesse essere il risultato di un vero complotto, e non di qualcosa di più astratto o complicato, mi sembrava allettante e più o meno plausibile come tante altre cose straordinarie che sapevo essere vere. Tornai a casa da scuola, mangiai una ciotola di salatini e durante la cena informai con noncuranza la mia famiglia dell’esistenza di un nuovo ordine mondiale.

Qualche settimana fa, quando ho chiamato i miei genitori per rivolgergli alcune domande sulla mia trasformazione in una giovane teorica del complotto, mia madre ha ricordato la sua reazione come una sorta di “sconcertata tolleranza”: “leggermente perplessa, ma acritica”. Era il 2002, i genitori degli adolescenti non avevano ancora il vocabolario per pensare a 4chan o QAnon o agli angoli più oscuri di Reddit. E questo perché non esistevano ancora, come del resto non esistevano Face­book, Twitter e altre istituzioni del mondo social. Io usavo la rete soprattutto per scaricare le canzoni dei Blink-182 e aggiornare il mio sito. “Non mi spaventai”, mi ha detto al telefono mia madre. “Pensai solo: ‘Ehi, sta imparando che al mondo c’è gente capace di credere a fesserie d’ogni genere’”.

Sopravvalutare i figli è una prerogativa dei genitori. La verità è che, a 14 anni, non mi rendevo pienamente conto che gli insegnanti possono sbagliare e non sapevo distinguere tra informazioni vere e false. Quella che mia madre considerava una lezione di serie b sull’imperscrutabile peculiarità della mente umana, per me era un insegnamento molto più semplice e diretto su incontri segreti e triangoli nascosti.

Ho scoperto con sollievo che la mia reazione era piuttosto tipica, almeno dal punto di vista dello sviluppo infantile. “I bambini prendono tutto molto alla lettera”, mi ha detto Valerie Reyna, psicologa dell’adolescenza alla Cornell university di Ithaca, nello stato di New York. Chiunque abbia cercato di parlare con un bambino o una bambina di quattro anni sa che è vero, ma il fenomeno si estende alla vita adulta più a lungo di quanto molti credano. Da adolescenti, mi ha detto Reyna, sappiamo ripetere a pappagallo le cose, a volte anche molto complesse e a volte perfino con molta eloquenza, ma non abbiamo ancora la capacità di analisi o l’esperienza per afferrarne il vero significato.

È la differenza tra imparare a memoria e capire. È anche la differenza tra dare per buono che gli Illuminati esistono e rendersi conto che se esistessero dovrebbero essere vere anche moltissime altre cose incredibili, e soprattutto che migliaia o milioni di persone avrebbero dovuto mantenere un segreto gigantesco per secoli. “Se hai una comprensione informata di come funziona il mondo, l’intuizione può guidarti”, ha detto Reyna. Per questa ragione “gli adulti – di solito – sono più capaci di sapere se una cosa è implausibile”. Anche se il mio ambiente non mi aveva reso più aperta alla mentalità complottista, a quanto sembra il filtro difettoso del mio cervello adolescenziale non mi aveva fatto un favore. “Non è un caso”, ha aggiunto Reyna, “che le sette cerchino di reclutare seguaci tra i giovani”.

Poi si scopre che essere un teorico del complotto è piuttosto divertente. C’è un motivo se, mentre negli anni mi è rimasto ben poco delle lezioni del liceo, ricordo il giorno in cui mi parlarono degli Illuminati con la chiarezza di un documentario. È lo stesso motivo per cui il complottismo prospera quasi da quando prospera la razionalità e, nel corso della storia, la gente è stata disposta a stravolgere la sua vita per questo: un complotto è avvincente. Promette una risposta a problemi minimi come le lampadine fulminate o immensi come la nostra assoluta solitudine nell’universo. Ha una logica conclusiva e un effetto rassicurante: postula un mondo dove nulla succede per caso, la morale è evidente, ogni informazione ha un significato straordinario e ogni persona ha libertà d’azione. Fa del complotto un puzzle e di chi lo sostiene un eroe da serie tv. “Il portavoce paranoico vede il fato della cospirazione in termini apocalittici”, scriveva lo storico Richard Hofstadter nel suo fondamentale saggio del 1964 The paranoid style in american politics (Lo stile paranoico nella politica americana). “È sempre impegnato a presidiare le barricate della civiltà”. Quello che Hofstadter ometteva di sottolineare è la sensazione inebriante di avere informazioni privilegiate sul destino del mondo, o almeno di credere di averne.

francesca ghermandi

“Penso che ti sentissi veramente elettrizzata all’idea di qualche segreto che si agita sotto la superficie”, ricorda mia madre, all’idea “di una verità che aspetta di essere scoperta. Quando l’hai scoperta tutto acquista un senso”.

Aveva ragione sul mio conto, e sul nostro. Il complottismo è collegato ad alcune delle funzioni cerebrali più basilari. “La nostra mente funziona in modi particolari che ci rendono tutti sensibili al pensiero complottista”, dice Rob Brotherton, psicologo e autore di Menti sospettose (Bollati Boringhieri 2017). “Quando nel mondo succede qualcosa di ambiguo, siamo portati a chiederci: qualcuno ha voluto che succedesse? Questa tendenza a pensare alle intenzioni e a vedere un disegno (il cosiddetto pregiudizio di conferma) influenza il nostro modo di considerare non solo le teorie del complotto, ma anche il mondo di ogni giorno, nel senso più comune e fondamentale”. È allettante, mi ha detto Brotherton, pensare a queste teorie come a “un’aberrazione psicologica, uno strano estremismo. In realtà sono una conseguenza del modo in cui funziona la nostra mente”.

Nell’ultimo decennio, il campo della psicologia che indaga questo meccanismo è esploso insieme all’interesse dell’opinione pubblica per le teorie del complotto. C’è ancora molto che non sappiamo su come il complottismo metta radici nella mente o sul perché alcune persone sembrino più suscettibili di altre a questo modo di pensare. Ma sappiamo che, come ha osservato Brotherton, quasi tutti ne sono suscettibili, indipendentemente dall’età, dal genere, dal reddito o dall’ideologia politica. “Non si tratta di uno strano gruppetto di persone con cappelli di carta stagnola. Oppure, detto chiaramente, non è solo l’altra parte: i repubblicani se siete democratici o viceversa”.

Oltre a questo, ci sono certi tratti della personalità – paranoia, manicheismo, predisposizione alla sfiducia – che possono spingerci verso il complottismo, come anche le circostanze personali. “Le persone sono attratte dalle teorie complottiste quando vogliono soddisfare particolari bisogni psicologici”, dice Karen Douglas, docente di psicologia sociale all’università del Kent, nel Regno Unito. Douglas ha ispirato Brotherton quando era uno studente universitario e studia il complottismo da dodici anni, cioè “probabilmente da quando si è cominciato a studiarlo”. Le sue ricerche indicano tre vuoti che il complottismo può colmare.

Il primo è il bisogno di conoscenza e di certezza: “un bisogno epistemico”, mi ha detto qualche settimana fa Douglas in un’intervista su Zoom. “Noi siamo alla ricerca di risposte. Vogliamo capire cosa succede, e la teoria del complotto può aiutarci a farlo e a evitare l’incertezza”.

Il secondo bisogno è esistenziale: la necessità di sentirsi sicuri e di avere le cose sotto controllo. Le teorie del complotto sono una sorta di conoscenza, e la conoscenza è potere. Quando credi a una teoria del complotto, dice Douglas, “capisci il guaio in cui ti trovi”. In una serie di piccole ricerche condotte nel 2008 sugli studenti della North­western university, nell’Illinois, Adam Galinsky e Jennifer A. Whitson hanno riscontrato che i partecipanti a cui era stato chiesto di ricordare una situazione in cui si sentivano di non avere nessun controllo avevano maggiori probabilità di percepire vari tipi di “schemi illusori”, cioè trovare relazioni coerenti e significative nella casualità: vedere figure tra puntini sparpagliati, formare correlazioni tra fenomeni non correlati, creare superstizioni, credere nei complotti. Qualche anno dopo, nel 2013, uno studio polacco condotto su duecento studenti universitari accertò che quando si trovavano in uno stato di forte ansia per una situazione – un esame da sostenere – i giovani mostravano una tendenza maggiore ad accettare dichiarazioni complottiste che si rifacevano a stereotipi razzisti su ebrei, tedeschi e arabi.

Il terzo bisogno individuato da Douglas è sociale. “Se pensi di avere conoscenze che gli altri non hanno, puoi provare un senso di superiorità. La sensazione di essere eccezionale rispetto agli altri può rafforzare la tua autostima” . Il complottismo è comodo perché ti permette d’incolpare altri per i mali del mondo, e per di più offre il vantaggio di far sentire intelligente chi lo sostiene.

francesca ghermandi

Tutti insieme, questi tre bisogni – epistemico, esistenziale e sociale – creano una tempesta perfetta. Descrivono anche, per inciso, la condizione base dell’adolescenza. “I ragazzi sono particolarmente inclini” a trovare un disegno dove in realtà non c’è, ha detto Galinsky, “perché gli succedono tantissime cose contemporaneamente, a livello biologico e sociale, che li fanno sentire privi di controllo”. Sono inondati di stimoli e prigionieri degli ormoni. Attraversano il tormentoso processo di trasferire dai genitori ai coetanei il potere d’influenzare la loro vita. Sono ossessionati dalla gerarchia sociale e sempre dolorosamente consapevoli di quanta capacità d’azione desiderano e quanta poca ne hanno.

A 14 anni ero abbastanza grande da intuire come sarebbe stata la vita da adulta, ma dovevo ancora avere l’autorizzazione dei miei genitori per partecipare a una gita scolastica e dovevo infilare monete da un quarto di dollaro in un telefono pubblico per farmi portare a casa dopo un film. Ero intensamente e costantemente consapevole dei miei sentimenti, ma non riuscivo a tenerli sotto controllo. Il politologo Joseph Uscinski, dell’università di Miami, ripete sempre che le teorie del complotto sono per i perdenti, un modo per chi è relativamente privo di potere di strappare qualcosa a chi è relativamente potente. Io ero un’adolescente della borghesia medio-alta che viveva in una ricca cittadina universitaria; nel contesto dell’universo ero tutt’altro che priva di potere. Ma ero anche una ragazzina di 14 anni. Il contesto non contava, qualunque sentimento provassi in un dato momento era sufficiente a offuscare il sole.

Non ricordo esattamente per quanto tempo credetti davvero agli Illuminati né perché smisi di farlo. Nessuno mi fece sedere, tipo terapia psicologica, per spiegarmi l’errore (se lo avessero fatto, dubito che avrebbe funzionato: gli Illuminati integrano nella loro mitologia l’idea che forze sinistre hanno un interesse a negare la loro esistenza, quindi non bisogna fidarsi degli scettici). Ma con il tempo l’idea mi sembrò semplicemente sempre meno verosimile, senza contare il fatto che nessuno tranne un insegnante li conosceva. Il mio periodo di vera credente negli Illuminati si concluse in modo molto simile alla mia grande passione per le Spice Girls. Len­tamente, un’ossessione che aveva organizzato la mia vita si limitò a svanire prima che potessi accorgermene.

Ma non abbandonai completamente gli Illuminati. Li trasformai in un numero comico. Andai al college e mi trovai circondata da gente che leggeva Slavoj Žižek e aveva già un formaggio spalmabile preferito. Ero insicura, avevo nostalgia di casa e mi sentivo disperatamente infelice. Dedicarmi a un complottismo poco convinto era il mio modo di segnalare quanto ero interessante a un gruppo di persone che erano esattamente come me, ma da cui ero comunque paurosamente intimidita. Era un’imbarazzata esibizione della mia identità regionale (proprio come i ragazzi della Florida insistevano a portare i pantaloncini corti tutto l’anno), un goffo tentativo di essere più divertente di tutti gli altri se non potevo essere altrettanto intelligente o esperta.

A quel punto esistevano già Reddit, YouTube e Face­book. Internet si era trasformata da una limitata raccolta di pagine statiche e primitive in un luogo in cui era possibile perdersi. Era facile – perfino elettrizzante – passare un’ora, due o sei fissando lo schermo di un portatile, saltando tra le bacheche dei messaggi al servizio di qualunque sottocultura o insieme di idee immaginabili. Spendevo ore a perdermi sulle presunte incoerenze del rapporto sull’11 settembre o su Avril Lavigne che era stata sostituita da una sosia o su come una razza di alieni rettiliani aveva preso il controllo del pianeta assumendo un aspetto umano.

All’epoca queste teorie mi sembravano un innocuo divertimento: ripeterle era un crimine inoffensivo, e si accordavano all’identità che mi stavo costruendo. Non mi sembrava tanto di cercare proseliti quanto di raccontare una storia di fantasmi intorno a un falò, mentre tutti avevano gli occhi puntati su di me. Il complottismo era il mio trucco per le feste, divertente quanto sbagliato e di fatto ancora più divertente proprio perché sbagliato. Era un sistema per richiamare l’attenzione: avevo visto con i miei occhi che poteva dominare una stanza, e mi piaceva avere in mano quel potere.

Ero un’idiota, ovviamente. A quanto pare non ero neppure particolarmente originale. “Le teorie del complotto possono avere conseguenze serie, ma molte volte sono solo fatte per un adolescente nella sua stanza”, dice Brotherton. “Qualcuno che mette online fesserie solo per riderci su o per fare arrabbiare gli altri”.

francesca ghermandi

“Credo che sia facile cadere nella tentazione di semplificare dicendo che il 4 per cento della gente crede che gli Stati Uniti siano guidati da rettili alieni”, continua. “Ma ci crede davvero? O c’è una parte di quelle persone che si diverte a incasinare il sondaggio o dice di crederci perché fa ridere o perché pensa che tutte le persone al potere siano malvagie? Non è che sono proprio dei veri rettili, ma penso che lo siano in senso metaforico. Ci sono molti motivi per cui la gente dà ascolto alle teorie del complotto, ma non tutti credono che siano vere”, continua Brotherton. “Forse potrebbero semplicemente indicare qualcosa sulla tua visione del mondo più in generale”.

Il birtherism – la falsa accusa mossa a Barack Obama di non essere nato negli Stati Uniti – non era interessato tanto al merito della questione quanto a suggerire l’idea che un nero non poteva arrivare alla Casa Bianca. Il movimento per la verità sull’11 settembre – con tutte le sue dettagliate discussioni sul punto di fusione dell’acciaio industriale – di fatto vuole manifestare una profonda sfiducia nel governo. Ripetere che le stragi negli Stati Uniti sono operazioni inscenate da figuranti è un modo distorto per difendere il diritto di possedere armi e attaccare la faziosità dei mezzi d’informazione. Per questo non importa se tante di queste teorie, compresa quella sull’esistenza degli Illuminati, non reggono neppure all’esame più superficiale: è la visione del mondo a dettare i dettagli, non il contrario. FIN QUI

Nella mia tarda adolescenza, gli Illuminati erano una sorta di simbolo per qualcosa che sapevo essere vero sulla distribuzione del potere e della ricchezza nel mondo. Non credevo più agli Illuminati in sé, ma credevo – e credo ancora – alla metafora: persone ricche e influenti che lavorano insieme segretamente per esercitare un’invisibile influenza su tutti noi. Mi rammarico sinceramente di aver ripetuto cose che sapevo non essere vere, ma non mi rammarico di essere stata ossessionata da qualcosa che schiudeva una riflessione più profonda sull’iniquità fatta sistema. Perché dovrei? Avevo ragione! Sarebbe ingenuo suggerire che il potere agisce sempre in modo trasparente e generoso. A volte, perfino le teorie del complotto di cui è facile dimostrare la falsità contengono un pizzico di verità. Altre volte, quella che sembra una costruzione assurda si dimostra perfettamente reale.

“Ci sono losche teorie del complotto che sembrano del tutto assurde, eppure i fatti sono veri”, dice Brotherton. Nello stesso liceo dove mi avevano parlato degli Illuminati, ho saputo anche del Watergate, dello scandalo Iran-Contras e dello studio sulla sifilide di Tuske­gee. Scrissi la mia tesina per l’ultimo anno sul Cointelpro, un vasto programma di sorveglianza del governo che sarebbe sembrato paranoia totale se lo stesso Fbi non avesse ammesso i fatti. Poco più di cento chilometri a nord della casa dei miei genitori si trova Bohemian grove, dove l’élite globale si riunisce in segreto ogni luglio. Tanti fenomeni politici contemporanei – soldi sporchi, modifica dei distretti elettorali per favorire un partito, ignoranza di chi ci governa – che un tempo sembravano complotti oscuri ora sono fatti accertati.

“Se potessimo impedire a tutti di credere alle teorie del complotto, perderemmo qualcosa d’importante”, dice Brotherton. La volontà di fare domande al potere, di dare un senso alla sofferenza ed eliminare le fonti di sfruttamento e d’inganno non sono impulsi negativi. Sono comprensibili, nel contesto di un governo opaco e spesso sordo, di un consolidamento mondiale della ricchezza e di un mondo dell’informazione corrotto. Anche se il loro rapporto con la verità è molto diverso, complottismo e pensiero critico sono due punti di uno stesso spettro.

Uno dei miei pensatori preferiti al riguardo è Uscinski, il politologo convinto che le teorie del complotto sono per i perdenti. “I teorici del complotto possono essere paragonati a calabroni, a mastini”, scrive in uno studio del 2017. “Ma somigliano molto agli avvocati difensori. Sono la controparte nella guerra delle idee politiche, dove il potere è la pubblica accusa”. Nella variante peggiore, le teorie del complotto alimentano la paranoia, il razzismo, la violenza e una visione del mondo cinica e individualista. Ma in quella migliore servono a ricordare sia a chi ha il potere sia a chi non ce l’ha che qualcuno li sta osservando. Sono un pungolo per ottenere più trasparenza, più comunicazione, più equità. Sono un rilevatore di fumo estremamente sensibile. Sono chiassosi e raramente hanno ragione, ma quando ce l’hanno siamo grati che qualcuno abbia fatto tanto fracasso.

Qualche domenica fa ho chiamato il mio amico Jake, che era seduto a pochi metri da me durante quella lezione di giornalismo in prima superiore. Volevo colmare i miei vuoti di memoria, ma volevo anche sapere cosa pensasse più in generale sulla questione. Nei quindici anni trascorsi dai tempi del liceo, la posta in gioco nel pensiero complottista è sensibilmente aumentata. Sono morte delle persone. Intere famiglie sono state lacerate. Grandi istituzioni sono minacciate. Un teorico del complotto in Norvegia ha ucciso 77 persone per attirare l’attenzione su un presunto piano per islamizzare l’Europa. Un altro è entrato sparando con un fucile in una pizzeria frequentata da famiglie. Un altro ancora è stato arrestato per aver tormentato i genitori di alcuni studenti assassinati.

Volevo sapere se Jake era arrabbiato per aver conosciuto gli Illuminati a scuola, e se io dovrei essere più arrabbiata. Tutta quella vicenda era solo l’ennesimo prodotto della bizzarria di Berkeley, sciocca ma sostanzialmente innocua, o era qualcosa di più sinistro, più simile all’avvelenamento di giovani menti per mano di una figura che aveva autorità?

Jake oggi fa l’avvocato, ma prima ha insegnato in una caotica scuola pubblica non molto diversa da quella che avevamo frequentato. “La cosa che mi sorprende”, ha detto, “è che quando facevo il professore avevo un bisogno disperato di tempo per presentare il materiale agli studenti. Ripensandoci, non riesco a credere che abbiamo sprecato anche una sola lezione per parlare di quella roba”.

È allettante, e frequente, vedere il complottismo come un problema dell’informazione o del pensiero, un’afflizione di persone che semplicemente non sanno di cosa parlano. Però se fosse solo così lo avremmo sradicato molto tempo fa. E poi un complottismo convinto richiede parecchio cervello: raccogliere e raccontare le prove, anche se in modo non corretto, è una “complessa integrazione di dati che comporta grandi sforzi cognitivi”, sostiene lo studio di Whitson e Galinsky.

La tragedia del complottismo non è l’assenza di pensiero, ma la sua cattiva applicazione. È una lezione sprecata. Sono contenta di aver cominciato a pensare criticamente al potere e alla ricchezza in un’età relativamente giovane, ma sicuramente sarei più contenta se avessi seguito un percorso meno tortuoso. Quando penso a me ragazza complottista, è lo spreco che mi fa imbestialire: tutti quei minuti a sentir parlare degli Illuminati quando avrei potuto imparare qualcosa sul giornalismo, tutte quelle ore a parlare di carburante aereo e travi di acciaio quando avrei potuto imparare qualcosa di altrettanto interessante ma vero. Tutta quella gente in giro per il mondo che collega puntini e cerca un disegno dove non c’è. Tutto il chiasso, tutte quelle domande mal indirizzate. Tutta quella fantasia sprecata.

Nel 1971 l’economista e studioso d’informatica Herbert Simon pubblicò un saggio: Designing organizations for an information-rich world (Progettare organizzazioni per un mondo ricco d’informazione). Era un’opera preveggente, non solo perché il nostro mondo è diventato incredibilmente più ricco d’informazioni nel mezzo secolo trascorso da quando Simon la scrisse. Il saggio precede di anni internet e gli infiniti thread di Twitter, ma individua un fenomeno che è familiare a chiunque abbia passato del tempo cercando risposte in rete. “Ricchezza dell’informazione”, scriveva Simon, “significa penuria di qualcos’altro”. L’informazione “consuma l’attenzione dei destinatari. Quindi la ricchezza d’informazioni genera una povertà di attenzione e l’esigenza di ripartire efficientemente quell’attenzione tra la sovrabbondanza di fonti di informazione che potrebbero consumarla”.

L’attenzione è la grande risorsa che scarseggia nella nostra economia intellettuale, e la cosa più importante che ciascuno di noi deve distribuire. E i complotti, come ho imparato da giovane, sono un mostro dell’attenzione. ◆ gc

Ellen Cushing

è una giornalista dell’Atlantic. Questo articolo è uscito sulla stessa rivista con il titolo I was a teenage conspiracy theorist.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1376 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati