La sede dell’Anw jigi art si trova lontano dal trambusto del centro di Bamako, nascosta in un quartiere tranquillo. L’associazione è guidata da Assitan Tangara, rappresentante di una nuova generazione di artisti socialmente impegnati, ben inseriti nelle loro comunità, che fin da piccoli hanno nutrito una passione per il palcoscenico.

Per raggiungere l’Anw jigi art a Djalakorodji, un sobborgo nella periferia settentrionale della capitale maliana, percorro strade caotiche e sconnesse, ma grazie all’aiuto delle persone del posto riesco a orientarmi. L’ingresso è segnalato da qualche manifesto colorato e pneumatici riciclati. Lì, in una casa dall’aspetto modesto trasformata in centro culturale, incontro Assitan Tangara, attrice dall’eleganza sobria, fondatrice dell’associazione e da poco anche presidente della federazione Funu funu (vortici, nella lingua bambara), una collaborazione tra l’Anw jigi art e altri gruppi di creativi maliani. È vestita normalmente, con un semplice boubou, cosa che la distingue dagli artisti maliani che ho incontrato finora, spesso definiti da uno stile originale, con gioielli artigianali e preziosi tessuti locali.

“Se vuoi guadagnarti la loro fiducia, devi somigliargli”, mi confida con un sorriso Tangara, riferendosi al suo pubblico di donne comuni. Un’introduzione sincera e concreta, che riflette lo spirito del suo lavoro: lei usa il teatro per sensibilizzare, educare e amplificare le voci più trascurate. Fin da subito l’attrice ha capito che una carriera nel mondo dell’arte l’avrebbe portata ad affrontare il giudizio degli spettatori e a dover superare molti ostacoli. Quella resilienza conquistata con fatica oggi la guida come una bussola: “Considero sempre le difficoltà delle lezioni da imparare. Si deve restare fedeli alle proprie convinzioni e avere un obiettivo chiaro”.

Confida nell’arte come strumento di dialogo, come ponte per unire generazioni e gruppi sociali diversi. “Perché possa esserci un vero scambio, le persone devono essere disposte a incontrarsi, a esprimere la loro verità. Il Mali di oggi ne ha un disperato bisogno”.

Le brillano gli occhi per l’emozione quando parla della sua commedia, Sinankouya, che racconta la tradizione di prendersi in giro tra parenti, anche fra gruppi etnici diversi, in cui la risata e il confronto aiutano a capirsi meglio.

Fin dall’inizio l’Anw jigi art si è dedicata alla creazione di uno spazio in cui le donne possono parlare liberamente, rivendicare il loro posto nella società e stimolare il cambiamento.

Nei gruppi di dibattito con le donne della comunità si trattano argomenti considerati tabù: menopausa, mestruazioni, divorzio o violenza di genere. Senza giudicare o imporre il proprio punto di vista, gli scrittori e gli attori le ascoltano con attenzione, raccogliendo frammenti di vita che poi trasformano in testi teatrali.

Un esempio è il progetto Moussoya gundo (Segreti di donne), in cui Tangara e gli attori della sua compagnia mettono in discussione i dettami religiosi e le barriere socioeconomiche. Lo spettacolo ha creato uno spazio di dialogo tra donne provenienti da contesti diversi, nel corso del quale sono stati accesi i riflettori su quei vincoli religiosi e sociali che le costringono a essere sottomesse.

Ispirati dalla realtà

Tangara vuole che il suo teatro sia radicato nella realtà e ispirato alle esperienze delle persone più vulnerabili: “Andiamo da loro, ascoltiamo le loro storie e, a partire da quelle, cominciamo a scrivere”.

I suoi spettacoli non vanno in scena solo nei teatri tradizionali, ma prendono vita nelle strade, nei mercati, nei cortili e perfino a bordo dei sotrama, i sovraffollati minibus di Bamako. Questa scelta è significativa: lei vuole parlare negli spazi dove le persone portano avanti le loro lotte quotidiane. E questo ha fatto sì che, nel tempo, il lavoro dell’Anw jigi art sia diventato una forma di attivismo culturale.

A volte rompere il silenzio può creare tensioni all’interno delle famiglie. Dopo aver assistito a rappresentazioni sul tema della violenza domestica, alcune donne trovano il coraggio di parlare e di denunciare. Non tutti gli uomini accolgono con favore questo cambiamento, perché stravolge norme consolidate, dettate dalla fede musulmana e da tradizioni radicate. Ma, nonostante le resistenze, Tangara e la sua compagnia non mollano.

Una rappresentazione dell’Anw jigi art, Bamako, 13 maggio 2025 (Nybé Ponzio)

Non tutti i temi possono essere affrontati facilmente negli spazi pubblici. L’artista ricorda un momento raggelante su un sotrama quando ha cominciato a parlare di stupro. “Al primo accenno è stato come se sul minibus non ci fosse più nessuno, anche se era strapieno. Prima avevamo parlato d’altro e le persone erano sembrate coinvolte e collaborative. Ma, nominato lo stupro, nessuno ha osato aprire bocca”.

Tangara spiega che il Mali sta attraversando un periodo di crisi, con molte sfide da superare. “Come artista dovresti porti dei limiti quando tratti certi argomenti? Certo che no! C’è sempre un modo per affrontare le cose, bisogna solo scegliere il posto giusto. Dopo quel giorno nel sotrama abbiamo cambiato strategia”.

Per rompere il silenzio che circonda il tema dello stupro, Tangara si è rivolta a un altro spazio di ascolto, alternativo e privilegiato: le tontine. Questi gruppi femminili esistono in quasi tutti i quartieri, posti di lavoro, famiglie o mercati, e servono a creare delle forme di risparmio collettivo, aiutando le donne a sostenersi a vicenda dal punto di vista economico. Allo stesso tempo offrono occasioni per parlare liberamente.

La nuova strategia di Tangara è stata sostenuta da un’emittente radio che è diventata partner dell’iniziativa per sapere perché nelle tontine si affrontasse un argomento tabù. Questo ha contribuito ad amplificare il progetto e a portare il tema dello stupro fuori dei circoli delle tontine e dei sotrama.

Anche se Tangara non si definisce un’attivista, il suo lavoro a sostegno dei diritti delle donne parla da sé. Solo la decisione di stabilirsi in un quartiere che non offriva nulla dal punto di vista culturale riflette la sua lotta e il suo impegno. Grazie a lei, l’Anw jigi art è diventata uno spazio di espressione per i giovani e un rifugio per le donne. I suoi spettacoli in bambara arrivano al cuore della comunità, permettendo alle voci dimenticate di essere ascoltate e alle ferite invisibili di guarire.

“Ho sempre creduto di dovermi limitare alla cura della casa e all’educazione dei figli. Ma ora so che posso fare di più”, dice Aminata

Dolci e macchine da cucire

Alla periferia di Bamako incontro una donna che sta ispezionando attentamente i dolci che ha preparato quella mattina stessa per gli ordini della giornata. Si muove con disinvoltura, come se lo facesse da una vita. Aminata, che ha circa trent’anni, è coinvolta nell’Anw jigi art fin dalla fondazione nel 2012. Oltre al teatro, l’associazione sostiene economicamente le ragazze che vogliono imparare un mestiere. Il sogno di Aminata è sempre stato diventare una pasticciera e, con quest’aiuto, le è bastato procurarsi la carta d’identità. Tutto il resto è stato fornito dall’associazione.

Oggi, con un diploma in mano, ha avviato una piccola attività di catering e ha assunto altre cinque donne che, a loro volta, sostengono le loro famiglie. “Prima non riuscivo a provvedere a me stessa. Ora sono indipendente”, afferma con orgoglio. Ha anche cominciato a coltivare peperoncini in un piccolo appezzamento di terreno di sua proprietà e a trasformare i prodotti locali per venderli.

Il sostegno che ha ricevuto è andato ben oltre l’indipendenza finanziaria: frequentando l’Anw jigi art, la sua idea della famiglia, dell’istruzione e del ruolo delle donne è molto cambiata. “Prima, quando rimproveravo i miei figli, alzavo la voce. Ora non lo faccio più: mi prendo il tempo di parlare con loro e ascoltarli”.

Aminata racconta come alcune rappresentazioni teatrali le abbiano aperto gli occhi, aiutandola a capire che non dovrebbero esserci discriminazioni di genere: “Prima mia figlia si occupava di tutte le faccende domestiche mentre i fratelli giocavano. Ora tutti condividono le incombenze, anche se alcuni vicini mi criticano per questo”.

Aminata fa parte di una nuova generazione di donne che stanno rompendo con la tradizione e rifiutano di essere confinate al ruolo di casalinghe: “Un uomo da solo non può mantenere una famiglia. Ogni donna deve dare il suo contributo”.

Poco lontano, in una casa silenziosa, un’altra donna, Fatoumata, spinge il pedale della sua macchina da cucire. Si avvicina un’importante festa religiosa e lei ha molti ordini in sospeso da consegnare. Anche la sua vita è cambiata. Madre di tre figli, trascorreva giornate monotone desiderando di lanciare un’attività che le garantisse un reddito. Poi, un giorno, la sorella di Assitan Tangara l’ha messa in contatto con l’associazione. Oggi è al terzo anno di formazione in sartoria e riesce a mantenersi. Confeziona abiti per i suoi familiari, guadagna un po’ di soldi e contribuisce alle spese domestiche. “Non dipendo più da mio marito per le piccole necessità della vita quotidiana. E lui è molto orgoglioso di me”, dice sorridendo.

Un festival biennale

◆ Nell’autunno 2025 le attività economiche e culturali di Bamako, la capitale del Mali, hanno risentito del blocco imposto dai jihadisti del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), che impedivano il trasporto del carburante lungo le principali strade di accesso. Ma questo, racconta il quotidiano svizzero Le Temps, non ha fermato il festival teatrale Les Practicables, che si svolge ogni due anni a dicembre a Bamako-Coura, uno dei quartieri popolari della città. Il progetto è portato avanti da Lamine Diarra – attore, regista e direttore della compagnia teatrale Kuma sô – in collaborazione con artisti maliani, burkinabè e francesi, e ha l’obiettivo di ridare vita a un teatro popolare di qualità. Tra il pubblico, racconta Le Temps, “i giovani erano visibili, rumorosi, onnipresenti. Quasi il 70 per cento della popolazione maliana ha meno di trent’anni: persone spesso poco istruite che devono affrontare una disoccupazione dilagante e che, nonostante i programmi di ‘coesione sociale’, faticano a far sentire la loro voce”. Per più di dieci anni il Mali ha vissuto un conflitto multiforme, ricorda Zam Magazine, e le sfide per gli artisti locali restano tante: a causa della scarsa sicurezza non è facile portare in giro gli spettacoli. Inoltre parecchi finanziamenti al settore sono andati persi quando alcune ong che lo sostenevano hanno dovuto lasciare il paese. Senza contare che, per paura di ripercussioni, gli artisti sono poco disposti ad affrontare questioni legate alla situazione politica del paese, guidato dal leader golpista Assimi Goita.


“Ho sempre creduto di dovermi limitare alla cura della casa e all’educazione dei figli. Ma ora so che posso fare di più”, afferma con soddisfazione parlando del suo lavoro, che incuriosisce i suoi figli. “Quando mi vedono alla macchina da cucire, si avvicinano e vogliono copiare quello che faccio. Sono felice che anche mia figlia voglia imparare. Mi rassicura sapere che ha già capito di potersi costruire una professione e di non doversi limitare a fare solo ciò che ci si aspetta da lei”.

L’associazione non si concentra soltanto sulle donne, ma anche sui bambini, che fin da piccoli si avvicinano all’arte attraverso la narrazione, il teatro, la scrittura e la scenografia.

Tangara ricorda un momento durante un workshop, quando un bambino di dieci anni, superando la timidezza, ha improvvisato una scena sui litigi in famiglia. “Perché i genitori ci sgridano sempre invece di spiegarci le cose?”, ha chiesto davanti agli altri.

Quel giorno, con il suo coraggio ha rotto il silenzio, proprio come quando una bambina della stessa età ha inviato a Tangara un testo su sua madre, venditrice di ciambelle. “Mia madre è una regina per me: è coraggiosa come una leonessa”, ha scritto con orgoglio la bambina.

In questo quartiere emarginato la pratica teatrale ha subìto una profonda trasformazione ed è diventata motivo di vanto. Grazie ai social media e all’incoraggiamento degli anziani, i giovani osano proclamare apertamente: “Siamo artisti”.

Verità necessarie

Ritorno a Djalakorodji in un giorno di festa. Donne, giovani, rappresentanti delle istituzioni culturali, artiste e giornalisti si riuniscono nella sede dell’Anw jigi art sotto lo sguardo curioso dei bambini appollaiati sui tetti di lamiera, affascinati dalla magia del teatro.

Oggi sono in programma tre spettacoli per la cerimonia di chiusura del progetto Doni blon, noto anche come il “grande vestibolo della conoscenza”. La giornata segna il culmine di mesi di formazione per ragazzi e ragazze provenienti dalle scuole d’arte dei quartieri poveri, uniti da un unico obiettivo: raccontare la storia del Mali in un modo nuovo.

Nato dall’esigenza di crescere una nuova generazione di autrici e autori maliani, il programma ha visto la partecipazione di insegnanti del paese o di altre parti dell’Africa occidentale. È Moussa, un giovane regista, ad attirare la mia attenzione. Con un atteggiamento calmo, un tono misurato, ma parole che colpiscono nel profondo, presenta al pubblico due opere: una sulle devastazioni causate dalle sostanze stupefacenti tra i giovani, l’altra sulle ferite invisibili del divorzio. “Quando due persone divorziano, pensano solo a se stesse. Ma sono bambini e bambine a soffrire”. È per loro che Moussa ha preso in mano la penna. Per trovare ispirazione, è andato per strada. “Ci immergiamo nei quartieri. Osserviamo. Le ragazze e i ragazzi navigano sui social media come se non avessero uno scopo, come se fossero tagliati fuori dal mondo… Alcuni pensano che sia figo. Ma cosa ne ricavano alla fine?”.

Per Moussa il palcoscenico è il mondo intorno. Il suo lavoro non ha niente a che fare con la finzione. Per lui il teatro non è solo intrattenimento, ma uno spazio artistico per sensibilizzare e far riflettere: “Il teatro ti costringe a farti delle domande. Sono sulla strada giusta? Cosa devo cambiare?”.

Come molti altri artisti dell’Anw jigi art, Moussa ha scelto un teatro di prossimità, immerso nella vita quotidiana. Per lui qualsiasi argomento può essere affrontato, purché lo si faccia con onestà e senza giri di parole. “Se abbiamo paura di toccare certi temi, allora abbiamo già fallito. La nostra missione avrà perso il suo significato”, spiega.

La lotta che porta avanti non è solo culturale, ma anche sociale e politica. Tuttavia, come Tangara, anche lui rifiuta l’etichetta di attivista. “Sono un regista che dice verità necessarie, nei luoghi in cui devono essere dette”.

Assitan Tangara trasforma i quartieri svantaggiati in una fonte d’ispirazione collaborando con artisti come Moussa. Il loro lavoro riflette la realtà sociale e crea uno spazio di espressione per gli invisibili, le cui voci raramente vengono ascoltate. Visti nel loro insieme, gli spettacoli dell’Anw jigi art fanno molto di più che fornire una speranza ai giovani, per quanto preziosa. Trasformano l’arte in dialogo, libertà ed emancipazione. ◆ adg

Questo articolo È stato realizzato dalla rivista olandese Zam Magazine in collaborazione con la fondazione Doen, che sostiene iniziative culturali e a favore dell’inclusione sociale.

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati