◆ Entro la fine del secolo metà dei pascoli del pianeta potrebbe non essere più in grado di sostenere l’allevamento, avverte uno studio realizzato dal centro di ricerca sugli effetti del cambiamento climatico di Potsdam e pubblicato su Pnas. Le praterie usate per il pascolo di bovini, pecore e capre hanno bisogno che le temperature, le precipitazioni, l’umidità e la velocità dei venti restino all’interno di un certo margine per crescere a sufficienza, ma queste condizioni possono mutare rapidamente a causa del cambiamento climatico. A seconda dell’andamento delle emissioni di gas serra, i ricercatori calcolano che tra il 36 e il 50 per cento dei pascoli attuali potrebbe essere inutilizzabile nel 2100, una perdita che colpirebbe fino a 140 milioni di pastori e allevatori e 1,6 miliardi di animali, e che sarebbe avvertita soprattutto nei paesi a basso reddito, dove vive tra il 51 e l’81 per cento delle popolazioni a rischio. Il continente più vulnerabile è l’Africa, che potrebbe veder scomparire fino al 65 per cento delle sue praterie. In molti paesi africani le condizioni sono già molto vicine al limite massimo per la sostenibilità dei pascoli, per esempio in Kenya e in Somalia, dove la siccità più grave degli ultimi anni ha già provocato la morte di migliaia di animali e minaccia la sopravvivenza delle comunità di allevatori. Secondo la Fao le praterie coprono il 26 per cento delle terre emerse e rappresentano il 70 per cento dei terreni agricoli, contribuendo al sostentamento di più di 800 milioni di persone.

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 98. Compra questo numero | Abbonati