I paesi asiatici che sembravano aver sconfitto l’epidemia di covid-19 sono in stato d’allerta per l’arrivo della temuta seconda ondata. In Corea del Sud il 13 maggio c’erano 119 casi positivi legati a un nuovo focolaio a Itaewon, il quartiere delle discoteche della capitale, frequentato l’1 e il 2 maggio da un uomo di 29 anni poi risultato infetto. Quando un quotidiano conservatore ha dato la notizia che l’uomo era stato in un locale gay, si è scatenata nel paese un’ondata di omofobia. Le autorità hanno individuato attraverso i dati delle compagnie telefoniche 10.905 persone passate per Itaewon tra il 24 aprile e il 2 maggio e hanno chiesto a loro e a quelle con cui sono state in contatto di sottoporsi al tampone. Il test è stato fatto a più di 22mila persone ma, scrive il Korea Herald, raggiungerle tutte è difficile, anche perché molte hanno lasciato dati falsi all’ingresso dei club per gay. Il 12 maggio mancavano all’appello tra le duemila e le 5.500 persone e le autorità temono che le persone omosessuali non vogliano fare il test per paura di essere stigmatizzate. Una parte dei nuovi infetti ha contratto il virus per trasmissione secondaria. In Cina il comune di Wuhan farà il tampone a tutti gli abitanti (11 milioni) in dieci giorni, dopo che sono stati individuati sei nuovi casi positivi al covid-19 in un complesso residenziale. La città non registrava contagi dal 3 aprile. Ci sono una decina di nuovi casi anche a Shulan, città di 600mila abitanti nel nordest del paese. Qui è tornato in vigore il lockdown. ◆

Seoul, 11 maggio 2020 (SeongJoon Cho, Bloomberg/Getty)

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Questo articolo è uscito sul numero 1358 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati