“This is what it sounds like…”. Chi ha una certa età forse completerà automaticamente la frase con “when doves cry” (Questo è il suono che fanno le colombe quando piangono). Qui però non stiamo parlando di colombe ma di gazze ladre. L’epica funk della canzone di Prince sull’amore tormentato fa parte del vasto archivio pop saccheggiato dai furbi autori del film d’animazione di Netflix Kpop demon hunters. Nella scena madre Rumi, una delle cacciatrici di demoni da cui il film prende il nome, canta una canzone intitolata What it sounds like. Niente erotismo decadente, quanto un’ingenua autoaccettazione: “My voice without the lies, this is what it sounds like” (La mia voce senza le bugie, ecco come suona).

Per alcuni genitori, è diventato il suono che fanno i bambini quando piangono. Lo scorso settembre la dottoressa Colleen Ryan, dello Shriners children’s hospital di Boston, ha lanciato un allarme sui pericoli legati al consumo avventato di ramen bollente, ispirato a una scena di Kpop demon hunters. A quanto pare, diversi bambini hanno cominciato a scaldare nel microonde dei contenitori alti e stretti di ramen istantaneo, finendo per rovesciarseli addosso con una frequenza preoccupante. La dottoressa Ryan ha dichiarato: “Vediamo ustioni di questo tipo due o tre volte alla settimana”.

Christian Dellavedova

Su TikTok, in effetti, si sono moltiplicati i video con hashtag come #Kpopnoodlechallenge o #demonhuntersramen. Molti vogliono ricreare il momento del film in cui Rumi, Zoey e Mira, giovani cantanti del gruppo k-pop Huntr/x ma anche implacabili cacciatrici di demoni, divorano noodles piccanti pochi attimi prima di lanciarsi con sicurezza da un aereo cantando una canzone orecchiabile e irritante (How it’s done). Naturalmente, sul nesso tra _Kpop demon hunters _e l’incremento dei bambini ustionati dal ramen negli ospedali degli Stati Uniti abbiamo solo la parola della dottoressa Ryan.

È comunque chiaro che stiamo parlando dei sintomi collaterali di un fenomeno molto vasto. Mentre scrivo, _Kpop demon hunters _è il film più visto di sempre su Netflix. A tre mesi dall’uscita, il 20 giugno 2025, aveva superato i trecento milioni di visualizzazioni. Entro la fine dell’anno aveva oltrepassato quota cinquecento milioni. Quattro o cinque milioni di queste, nell’ultimo mese, sono avvenute a casa mia: i nostri figli (un bambino di cinque anni e una bambina di sette) guardano _Kpop demon hunters _in modo ossessivo. Nelle ultime sei settimane mi è capitato, mio malgrado, di prestare più attenzione a questo film che a qualsiasi altra opera d’arte, compresi i miei romanzi.

Ho avuto quindi tutto il tempo per riflettere sull’approccio “da gazza ladra” del film al materiale originale. _Kpop demon hunters _è stato giustamente lodato per l’uso della mitologia coreana e per la raffinatezza di uno stile visivo ipersaturo, a tratti felicemente surreale, e questi elementi vanno apprezzati. Il film, però, è anche costellato di illogicità spiazzanti e di riferimenti sconnessi, fuori contesto. In _How it’s done _c’è il verso “Prova costume per il mio periodo napalm”, che è divertente da dire ma anche molto strano. Le cose si fanno ancora più assurde quando, poco dopo, Rumi sembra citare il vecchio presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson: “Questa è una battaglia per i cuori e le menti”. È un riferimento alla guerra in Viet­nam? No. Quelle frasi sono solo detriti culturali, prelevati e riutilizzati per servire a uno scopo nuovo e più vuoto.

Una battaglia per i cuori e le menti, “una battaglia per i fan”, come precisa Rumi, i seguaci appassionati. E questo è davvero il tema del film. Ma quali fan? “È solo un film molto divertente e fatto bene e le canzoni sono belle”, dice mia figlia, spiegando i suoi gusti. “Non ci sono baci. Ma c’è molto amore. I baci sono peggio dell’amore. Però anche l’amore è una cosa brutta”.

Gli amanti che non si baciano sono Rumi, la cacciatrice di demoni, e Jinu, un demone bello e tormentato. I problemi sono due. Il primo è che Rumi è a sua volta in parte demone (scopriamo, senza ulteriori spiegazioni, che suo padre era un demone) e, con il procedere del film, la sua pelle si copre sempre più dei motivi viola a zigzag che segnalano la sua natura demoniaca. Il secondo è che Jinu ha messo insieme una “boy band demoniaca”, i Saja Boys, per fare concorrenza alle Huntr/x. L’obiettivo dei Saja Boys è rubare le anime dei fan delle Huntr/x, indebolendo così uno scudo magico, l’Honmoon, che tiene a distanza il demone principale, Gwi-Ma (una nube viola luminescente).

A tre mesi dall’uscita, il 20 giugno 2025, il film aveva superato i trecento milioni di visualizzazioni su Netflix. Entro la fine dell’anno aveva oltrepassato quota cinquecento milioni

L’Honmoon è alimentato dall’intenso legame che i fan sentono con la musica delle Huntr/x. Più numerosi sono i fan, più forte è lo scudo antidemoni. Il desiderio di Rumi è rendere l’Honmoon “dorato”, così da far sparire per sempre i suoi zigzag viola e permetterle di “vivere come la ragazza che vedono tutti”, anche se non viene mai spiegato perché o come tutto questo funzioni. Jinu, invece, vuole distruggere l’Honmoon e convincere Gwi-Ma a cancellare il suo vergognoso ricordo di aver tradito la madre e la sorella da bambino, finché, naturalmente, non s’innamora di Rumi. Nell’ambiente dei romanzi rosa questa trama è nota come “da rivali ad amanti”. Tra i millennial cresciuti con la tv il film potrebbe essere definito come “molto, molto simile a Buffy l’ammazzavampiri, solo con il k-pop”.

In effetti è molto, molto simile a Buffy l’ammazzavampiri, con una differenza fondamentale: Buffy Summers, l’eroina della vecchia serie tv, univa il destino di guerriera soprannaturale a una vita da liceale californiana normale, con famiglia e amici altrettanto (più o meno) normali. Rumi e le sue compagne di band, Mira e Zoey, invece, devono tenere insieme due aspetti eccezionali delle loro identità: la caccia ai demoni e la fama pop globale. In Kpop demon hunters non esistono persone comuni. Ci sono solo pop star, demoni e chi li serve. Il resto dell’umanità è ridotto a un’entità indistinta e intercambiabile: i fan. È la competizione tra Huntr/x e Saja Boys per questa risorsa a generare l’azione del film.

Fan o divinità: queste sono le opzioni. Ma solo gli dèi possono davvero agire. Tutti gli altri si limitano a scegliere da che parte stare. Gran parte della cultura pop contemporanea è ormai dominata da questa logica. Kendrick Lamar o Drake? Brooklyn Beckham o i suoi genitori? Taylor Swift o Charli XCX?

Nelle scene cruciali di Kpop demon hunters _grandi masse di fan si muovono fisicamente all’unisono oppure sotto l’effetto di una vera e propria ipnosi collettiva. Quando compaiono gruppi più piccoli, sono definiti unicamente dalla loro fanatica adesione a una band o all’altra. Il momento più cupo del film arriva quando Zoey e Mira rinunciano del tutto alle Huntr/x e si uniscono ai fan zombificati che marciano verso lo stadio per assistere all’esibizione dei rivali, i Saja Boys, che cantano una canzone intitolata _Your idol. Il brano mette in guardia contro i pericoli del mondo ossessivo dei fan (“Sono l’unico che amerà i tuoi peccati / Senti come la mia voce ti penetra sotto­pelle”). Da questo grottesco crepuscolo degli dei, Zoey e Mira riemergeranno ovviamente vittoriose, di nuovo idol imbattute, perché i fan rifiutano i Saja Boys e preferiscono What it sounds like, la nuova canzone delle Huntr/x.

In Buffy, il soprannaturale era fonte di metafore. Un ragazzo cambia di colpo dopo che ci vai a letto? È un vampiro colpito da una maledizione secolare. La scuola ti sembra un inferno? È perché sorge letteralmente sulla bocca dell’inferno. In _Kpop demon hunters _non ci sono metafore di questo tipo (i “segni” visibili di Rumi alludono in modo piuttosto ovvio a schemi distruttivi di comportamento: nei suoi giorni di gloria, Buffy li avrebbe liquidati con una battuta). Il film funziona invece come un’allegoria semicosciente. Non rappresenta un percorso di autoaccettazione dei personaggi, ma piuttosto racconta le condizioni stesse della sua produzione e della sua fruizione.

La regista coreano-canadese Maggie Kang, che ha codiretto Kpop demon hunters con Chris Appel­hans, ha presentato per la prima volta l’idea alla Sony nel 2018. “Ho usato il k-pop come argomento di vendita”, ha raccontato al New York Times. “Sono un’artista, ma vengo anche dalla DreamWorks. Sono stata addestrata ad avere una mentalità da marketing”.

La ricostruzione del New York Times su _Kpop demon hunters _descrive un lungo processo di sviluppo, in cui, per esempio, la canzone _Golden _è stata rielaborata otto volte prima di soddisfare Kang e Appelhans. “Per noi era importante che le canzoni servissero la storia ma che, come brani pop autonomi, potessero finire in classifica”, ha spiegato Kang. _Golden _(“Andiamo su, su, su, è il nostro momento”) è effettivamente diventata una delle hit più durature nella storia della top 200 di Billboard.

Guardare Kpop demon hunters significa rendersi conto che l’industria dell’intrattenimento industriale e il pubblico di fan che corteggia sono ormai entrati in una sorta di circuito chiuso. In un certo senso, il vero soggetto dei prodotti dell’intrattenimento di massa è diventata la loro stessa produzione e la drammatizzazione dei suoi possibili destini sul mercato. Il fatto che questo sia il tema di _Kpop demon hunters _non fa che rendere visibile una verità più grande: i prodotti dell’intrattenimento cercano ormai di creare l’illusione di un legame diretto, non mediato, tra fan e celebrità, una visione fluida del mercato perfetto. Nel film non compaiono personaggi che rappresentano l’autorità: niente polizia, niente funzionari pubblici. Quello che resta è uno schermo e la presenza di corpi famosi che si esibiscono in cambio del tuo denaro e del tuo amore. È il sogno di un ordine neoliberale perfettamente compiuto.

In questo mercato circolano senza ostacoli le solite fantasie collettive: fama, ricchezza, potere. Kpop demon hunters è un indicatore del fatto che siamo nella fase decadente dei film dei supereroi, in cui ormai tutto si svolge secondo una logica rigida. Ora che le persone comuni compaiono solo come massa, testimoni armati di smartphone, vittime o gettoni da conquistare o perdere nelle battaglie ipercinetiche degli dèi, la presenza dei superpoteri viene a malapena spiegata o è data del tutto per scontata. Le scene importanti sono rappresentate come in un rito: la brillante battaglia iniziale, lo scontro finale con il cattivo ingigantito. Prese da sole hanno poco senso. Il punto non è la battaglia, ma la frenesia continua. Come gli Avengers, condannati a salvare la Terra da una supercriminalità ricorrente, le ragazze delle Huntr/x non hanno mai il permesso di fermarsi. Devono lavorare per conservare l’attenzione dei fan: anche le dee non fanno mai pausa. “Andiamo a promuovere!”, urla il loro manager Bobby. Nell’epoca dell’algoritmo, è sempre tempo di promozione.

I film di supereroi oggi si reggono su queste rigide scansioni strutturali grazie alle emozioni basiche che alimentano il lavoro onirico: la sensazione di essere più forti di tutti gli altri, quella di essere esclusi dal proprio gruppo, quella di essere più deboli di tutti, poi il ritorno della forza e infine la sensazione di essere accettati dal gruppo. Non sono film sull’accettazione di se stessi, ma sull’essere accettati dagli altri.

Non sembra affatto casuale che questo schema emotivo sia lo stesso che sorregge anche l’arte e la simbologia pubblica del fascismo. Guardare Kpop demon hunters quattro o cinque milioni di volte non renderà vostro figlio un fascista. Al massimo potrebbe spedirlo al pronto soccorso con delle ustioni da ramen. In altre parole il vero rischio, ed è lecito chiedersi se in questo momento storico sia positivo o negativo, è che lo trasformi in un fan. ◆ svb

Kevin Power

è uno scrittore irlandese. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è _Giornataccia a Blackrock _(Marco tropea 2010). Questo articolo è uscito sulla New York Review of Books con il titolo “Promo time”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati