Rian Johnson e Daniel Craig hanno completato uno dei trittici più coerenti e soddisfacenti degli ultimi anni, ognuno con una sua atmosfera. Il primo film era un frizzante giallo autunnale, il secondo una gita estiva su un’isola, mentre il terzo è invernale e macabro. È ambientato in una piccola comunità a nord di New York ed è una gelida meditazione sulla fede e le credenze (non solo religiose), che alimenta un cupo senso dell’umorismo mantenendo un occhio rivolto ai conflitti culturali contemporanei. Come sempre, “il più grande detective del mondo” apre la strada a un nutrito gruppo di personaggi pittoreschi al cui centro c’è un giovane prete (Josh O’Connor), mentre la vittima è un sacerdote più anziano, conservatore, focoso e irascibile (Josh Brolin). Intorno a loro una comunità di credenti e di star, da Glenn Close a Kerry Washington, da Andrew Scott a Jeremy Renner.
John Nugent, Empire

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Questo articolo è uscito sul numero 1642 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati