Nei brani degli Armand Hammer la violenza non è spettacolare: è un alone che permea l’aria, qualcosa che interrompe la routine per poi svanire, lasciando tutti a continuare come nulla fosse. I rapper Elucid e Billy Woods raccontano come questa brutalità s’infiltri nella vita quotidiana, tra bandiere confederate intraviste a una stazione di servizio e domande come “cos’è la vita senza guerra?”. Le persone, suggeriscono, sono ormai così abituate al degrado da essere “annoiate dell’apocalisse”. Mercy sostiene che ignorare questo sfacelo non è più possibile: incombe su tutti, pronto a colpire. Non si tratta di vivere, ma di sopravvivere. Per questo progetto tornano a collaborare con The Alchemist, che qui offre una produzione più tetra e inquieta del solito: pianoforti sospesi, percussioni spezzate, marce funebri e detonazioni lontane. È un paesaggio sonoro che amplifica la tensione e rende ancora più taglienti i versi dei due rapper. Rispetto al precedente Haram, Mercy appare come una visione condivisa, capace d’integrare nuove influenze: echi dei Dungeon Family o di Boldy James, soul psichedelico anni settanta e dettagli sonori nascosti come sirene sintetiche o auto che sgommano. C’è un’urgenza particolare, un’aderenza al presente: Billy Woods intreccia storia e politica, riflettendo su ia, terrorismo e genocidi; Elucid crea spirali di memoria, immagini e paura che descrivono un’epoca in rovina. Il mondo sembra precipitare e la guerra, simbolica o reale, arriva alla porta di tutti. In Dogeared qualcuno chiede a Woods quale sia il ruolo del poeta in tempi simili. Non c’è una risposta chiara, ma l’album suggerisce che la salvezza possa trovarsi nei dettagli quotidiani. Forse la misericordia non s’implora: si costruisce insieme.
Dash Lewis, Pitchfork
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Questo articolo è uscito sul numero 1641 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati